Acquario

Oggi, dato il giorno di ferie, gita all’Acquario di Genova con Paola ed i futuri suoceri. Occasione per provare sui lunghi rettilinei autostradali la nuova auto, che si è comportata benissimo spingendosi, anche se solo per pochi secondi, fino ai 170 Km/h come se nulla fosse. Poi un occhio ai consumi mi ha imposto di rientrare nei limiti.

Quello che voglio dire però non riguarda l’esperienza dell’acquario in sé, che comunque consiglio a chi non l’avesse mai visto, ma la riflessione che mi ha suscitato. Sapete che l’acqua è il mio elemento, aristotelicamente parlando, preferito, ma quello che sta dentro all’acqua è ancora più straordinario. Migliaia di forme di vita tutte differenti, forgiate da milioni di anni di evoluzione, perfettamente adatte alla loro nicchia ecologica.

Oggi ho appreso di provare un profondo rispetto reverenziale verso la potenza sconfinata dell’evoluzione. Una potenza che capisco ma non comprendo, i cui meccanismi sono per lo più ignoti. Quanto sono simili a pesci i delfini, un tempo mammiferi di terra, e come sono a loro agio nell’acqua quegli uccelli che chiamiamo pinguini. E quanta sublime perfezione emanano gli squali, arrivati al culmine dell’idrodinamica. L’evoluzione applicata all’ambiente marino ha plasmato esseri così differenti rendendoli similari e ne ha prodotto altri che mai si direbbero pesci: il cavalluccio marino ne è un classico esempio.

E che dire degli esseri che abitano gli abissi marini? Hanno forme assurde, orribili a volte, ma pur sempre volte ad un certo scopo. Spesso sono bioluminescenti o si annidano attorno a fonti di calore vulcanico. La complessità del meccanismo che trasforma la luce solare in cibo, a livello della superficie, e poi lo diffonde in profondità attraverso pesci che si spingono, ad ogni passaggio, sempre più nel buio abissale è stupefacente.

Come è possibile che noi uomini siamo così stolti da rovinare in maniera irreparabile questo stupendo mondo?

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