Ricambi

Oggi giornata piatta, insaporita il giusto da un piccolo rigurgito di shopping al tramonto. La pennichella precena sembrava il preludio ad una serata stanca, ma a mente fresca ecco sopraggiungere il fiume in piena delle idee. Un fuoco incrociato da fronti diversissimi: il lavoro sperimentale di questi giorni, ma qui è roba top secret e di più non posso dire, e le tensioni sociali, su cui cercherò di approfondire facendo ordine nei miei pensieri.

Spesso nella vita quotidiana si sente dire o si pensa: siamo nel 2000, certe cose non dovrebbero accadere. Frasi similari rendono ugualmente bene l’idea. Nello stesso tempo si sente che c’è voglia di cambiamento, di rinnovamento. Leghiamo le due constatazioni: disorientati da ritmi di vita rapidi, da cambiamenti di stile, mode e tecnologie altrettanto repentini, siamo portati a credere che anche il tessuto sociale debba seguire le medesime dinamiche. Ampliandone la definizione, potremmo dire che sia un paralogismo.

Dove sta dunque l’errore se le premesse, singolarmente prese, sono corrette. Sta ovviamente nel presupporre una medesima dinamica per sistemi dalla complessità differente. Anzi meglio, sta nel fatto che spesso confondiamo gli strumenti con gli utilizzatori. La tecnologia in genere, e l’informatica in particolare, ci hanno portato a livelli di semplificazione e di condivisione impensabili venti anni fa. Ma le persone dietro al monitor sono rimaste le stesse: hanno riveduto alcune idee, smussato certi atteggiamenti ma le pulsioni restano quelle. La natura gioca su tempi lunghi.

Se è vero che certi aspetti della società sono profondamente cambiati, spinti dalla tecnologia e dal benessere, è altrettanto vero che gli stessi sono causa di forti contrasti sociali.  Se ad un sistema dinamicamente smorzato si applicano sollecitazioni rapide questo prenderà ad oscillare per tutta una fase transitoria prima di trovare una nuova posizione di equilibrio. Noi siamo in questa fase transitoria.

E a ben guardare, nel corso della storia, sono stati pochi i momenti di equilibrio. Solitamente sono coincisi con grandi imperi o con momenti di elevata arretratezza culturale e sociale. E quando il cambiamento non è arrivato da una rivoluzione, è servito del tempo perchè si estendesse a tutto il tessuto sociale ed a tutti i contesti. Per noi che viviamo a lungo, anche troppo se posso permettermi, la situazione peggiora: il ricambio generazionale si allunga, il sistema è più smorzato, il transitorio è sì più breve, ma occorrono sollecitazioni di maggiore entità perchè si metta in moto il processo.

Sarebbe bello, e non è detto non succederà, scrivere un’equazione a parametri sociali che mostri questi andamenti. Qualcosa di simile alla psicostoria di Asimov. Allora sarebbe sicuramente da rimarcare il fatto che il cambiamento generazionale si velocizza in concomitanza delle guerre, quando queste colpiscono la popolazione interessata allo studio. L’ultima degna di nota, per noi italiani, è finita da più di sessant’anni: alcuni dei giovani di allora ci governano ancora adesso. Pensiamo di essere tanto avanzati, ma attenzione che in molte cose dobbiamo ancora scrollarci di dosso il XIX secolo.

La conclusione della mia analisi sembra essere che dobbiamo rasssegnarci ed attendere. Non è del tutto vero. Dobbiamo in primis essere consci di queste dinamiche storico-scociali e metterne a parte la genete comune, che è parte fondamentale del ruolo del filosofo, ed in seguito lavorare, sfruttando adeguatemente i mezzi tecnologici, per creare un sistema dalla risposta più rapida. E’ l’ennesimo atto dell’eterna lotta del progresso contro lo status quo.

(Questo testo è disponibile anche su Cogito Ergo Sum)

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3 thoughts on “

  1. IlMendicante says:

    La psicostoria è una cagata pazzesca di stampo fantozziano.

    Ricordiamoci che i modelli sociali e le loro derivazioni spesso e volentieri non hanno alcun influsso sulla reale evoluzione del sistema “storia”.

    Forse sarebbe meglio dire che siamo di fronte al classico fenomeno della goccia – i cambiamenti sociali sono piccole goccie che producono microscopiche vibrazioni, che solo dopo molta distanza (tempo) diventeranno onde. O faranno traboccare il vaso.

    Prendiamo il governo Prodi. Tra responsabilità oggettive e contingenza storica, il paese versa in uno stato di disagio e devastazione totalmente fuori dalla norma – siamo in condizioni da dopoguerra, è palese che c’è un meccanismo di “rivoluzione sociale” in corso assolutamente devastante (una diminuzione del potere d’acquisto del 30% in 7 anni è in sè un fenomeno sociale epocale), eppure il gorverno Prodi non cade perchè il sistema paese è al collasso.

    Cade per un fenomeno interno alla politica, un giochino di palazzo nato da ripicche e schemi che coinvolgono 10 persone. Val più un Mastella che 50 milioni di italiani. E questo schema si ripropone storicamente ovunque. La Storia è in rarissimi casi (quelle onde che si formano quando il vaso trabocca) fatta dai popoli. I tedeschi non si sarebbero inventati le leggi razziali, gli americani non sarebbero andati in Iraq, la corsa al nucleare dell’Iran è ciò di più avulso dal contesto sociale in radicale evoluzione di quel paese che ci possa essere.

    Finchè la storia la faranno gli oligarchi, non ci servirà la psicostoria, basterà un pizzico di psicologia, e un master in macroeconomia e geopolitica.

  2. karagounis78 says:

    Hai ragione con il paragone della goccia.
    Ma gli atti di pochi, anche se importanti sul brve periodo, si perdono e si confondono sul lungo e lasciano spazio a teorie macrosociali. E’ questo il succo della psicostoria: i veri cambiamenti sociali sono frutto di movimenti di tutta la massa. Gli oligarchi fanno piccoli pezzi di storia, ma sono solitamnete momenti che finiscono e non lasciano troppi segni.

  3. anonimo says:

    Il tuo argomento è viziato da una premessa che ritengo poco convincente. La storia non è progresso. Certo in alcuni periodi possiamo parlare di un miglioramento locale rispetto a certi parametri di benessere, ma nonè sempre così. L?Italia degli anni sessanta non era peggio di quella di oggi e probabilmente l’Atene del V secolo era meglio dell’Italia di oggi.

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