Sindrome cinese

Pubblico l’incompleto dell’articolo che stavo scrivendo per il giornalino aziendale. Per ora l’attività è naufragata e l’argomento da me toccato sarebbe comunque stato di difficile apprezzamento, così mi spiaceva lasciare nel cassetto questa mia riflessione. Buona lettura.

Come azienda, come realtà locale o come Unione europea siamo diventati ipersensibili a tutto ciò che riguarda la Cina.
Alcuni presentano i sintomi di una violenta allergia da cui non sanno riprendersi, per altri si diagnostica una forma di dipendenza più o meno grave a seconda del grado di risparmio ingerito. Il patogeno circola nella nostra società ormai da anni, ma soltanto ora l’accumulo in soggetti a rischio ha portato allo scatenarsi dell’epidemia, evidentemente contagiosa per contatto diretto od indiretto. Eminenti professoroni stanno studiando il virus ma una cura appare ancora lontana.
Allo stato dell’arte possiamo dunque solo soffermarci e riflettere sul problema, per evitare che la cura non diventi essa stessa malattia. Chiediamoci cosa sappiamo della Cina, della sua storia e del suo successo economico.
Il primo punto meriterebbe ben altro approfondimento e spero qualcuno vorrà portarlo avanti personalmente, documentandosi su internet o con documentari. Va tuttavia detto che per moltissimi secoli la cultura cinese è stata superiore a quella europea in svariati campi: dalla lavorazione dei metalli all’agricoltura alla tecnologia bellica. E’ sempre stato un popolo con uno spiccato senso pratico, non dissimile da quello degli antichi romani.
Per tutte queste conquiste tecnologiche di innegabile vantaggio è stata la stabilità politica: l’impero è unificato da più di duemila anni, ha conosciuto solo sporadici periodi di divisione ma nessun medioevo, ed è quasi sempre stato chiuso verso il mondo esterno. Ciò ha fatto sì che si creasse una dialettica interna piuttosto che una diplomazia esterna come in Europa; le stesse discipline filosofiche rispecchiano questa impostazione, improntate come sono alla ricerca del miglior equilibrio tra corpo e spirito.
La scarsa tendenza alla competizione ha dunque rappresentato un forte limite al momento del contatto con le culture occidentali, ma è argomento che si ricollega direttamente al secondo punto che si voleva sviluppare. La Cina ha sempre fatto e “fa sistema”, per dirla con un gergo tecnico. La rivoluzione comunista ha soltanto cambiato la forma di governo ma ha lasciato invariato, ed anzi rafforzato, l’accentramento politico e decisionale. Capirete che, per come è strutturata l’economia mondiale, una tale macchina istituzionale può irrompere sul mercato e monopolizzare interi settori, sia come utilizzatore che come produttore. Certo è un gioco “sporco”, che sfrutta la mancanza di regole circa il mercato del lavoro, la povertà della manodopera, gli abbondanti aiuti di stato, ma da parte delle nostre realtà economiche c’è più di una parvenza di connivenza.

Di sicuro un sistema sottoposto ad una spinta così forte risentirà di molti effetti nocivi, siano essi tensioni sociali o problemi ambientali. Per parte nostra possiamo sperare che la dipendenza dalla Cina, qualunque essa sia, passi quanto prima in conseguenze proprio di questi guai interni. Tuttavia non possiamo né dobbiamo impedire ai cinesi di progredire lungo questo cammino: in fondo stanno soltanto facendo quello gli occidentali hanno fatto nel sviluppato, lo stanno facendo molto più in fretta e molto più voracemente. L’aver raggiunto un certo grado di benessere non è un buon motivo perché l’occidente continui a tenere sotto il suo giogo il resto del mondo. Piuttosto sarebbe nostro dovere portare a questi paesi in forte espansione un po’ di saggezza derivata da tutti gli sbagli fatti, la maggior parte dei quali si sta accumulando in questo periodo.dopoguerra.

L’ultimo paragrafo è soltanto una bozza ma l’ispirazione era venuta meno a causa della spinosità dell’argomento.

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