Generation

Uff, che giornate intense. Gli ultimi lavori in casa mi hanno completamente assorbito. Ma previdentemente lunedì, oltre ai due post già online, avevo scritto un altro pezzo in previsione di tempi magri. E allora me lo gioco subito.

Come possiamo identificare una nuova generazione od il passaggio generazionale? Nel tempo non ho mai trovato una esauriente risposta e nemmeno l’osservazione della società mi ha fornito la giusta conclusione. Tuttavia è probabile che stessi guardando nella direzione sbagliata, cercando di trovare uno schema applicabile ai soli individui; stavo perdendo il contesto sociale e le sue dinamiche.

Ribaltando il quadro indiziario, potrei dire che non sono le generazioni a forgiare la società, ma la società a distinguere le generazioni. Nel medioevo la differenza tra un giovane e suo nonno era minima: stessi valori, stessa condizione sociale, stesse conoscenze. La società feudale era molto statica, cambiavano soltanto i regnanti. Viceversa la differenza tra un giovane del 2000 e suo nonno è abissale: è soprattutto la tecnologia e la capacità di utilizzarla al meglio che crea un salto così netto. La perdita dei valori di base fa il resto. Anche molti genitori di figli ventenni si trovano un passo indietro nella scala generazionale, perchè non riescono a star dietro a tutte le novità tecnologiche.
Generalizzando sono propenso a pensare che siano i grandi cambiamenti nella struttura sociale che determinano la nascita di una generazione, non tanto quel valore medio di tot anni che comunemente viene preso come riferimento.

Se X è il tempo medio, in anni, tra la nascita dei genitori e quella dei figli e Y il tempo medio con cui avvengono eventi tali da indurre profondi cambiamenti nella società e nel suo stile di vita, allora quanto più Y si avvicina ad X tanto più marcato è il salto generazionale e la divisione risulta avere contorni netti. Per Y molto grandi, dell’ordine di 4X, lo scalino tra generazioni scompare tanto che potremmo pensarle inesistenti sul piano sociale. Per Y molti piccoli, dell’ordine di 1/2X, invece si viene a creare un accavallamento generazionale che non riduce l’altezza complessiva dello scalino ma lo suddivide in scalini di altezze inferiori: vantaggio di comunicazione da una parte ma anche problemi di senso di appartenenza dall’altra.

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10 thoughts on “

  1. pibond says:

    Stai parlando di tre cose diverse: degli eventi, del tempo e dei percorsi/progetti di vita delle persone.
    Pensi che possano trovarsi delle correlazioni tra questi elementi?
    A me non pare. Il cambiamento che colpisce la vivenza delle persone è determinato da eventi più o meno dipendenti dalle azioni umane. Il cambiamento costringe le persone ad adattarsi al nuovo. C’è chi è più svelto e chi meno: il tempo e l’età non hanno rilevanza, ma la società stravolta dagli eventi che passano più o meno velocemente è sollecitata a trovare continuamente nuovi equilibri.
    Tu dici che “non sono le generazioni a forgiare la società, ma la società a distinguere le generazioni”. Hai ragione solo nel pensare che le generazioni non forgiano, ma, al contrario di quanto pensi, la società, invece, non forgia nulla. E’ la società che, nell’insieme, deve reperire l’energia sufficiente per cambiare, ovvero esprimere un reattività competitiva ed efficace ad evolversi, senza perdere la coesione che in precedenza si era formata.
    Qui sta la chiave dello sviluppo delle molteplici società umane che – unite – si avviano a formare la società globale della conoscenza, capace di far rialzare anche chi cade e ha difficoltà di adattarsi.
    Da come scrivi, mi sembra che tu sia un po’ classista con un sottofondo materialista.

  2. karagounis78 says:

    Io sono fortemente classista e materialista. Non credo in una società come quella da te delineata nell’ultima frase: “la società globale della conoscenza, capace di far rialzare anche chi cade e ha difficoltà di adattarsi”. Chi non sa adattarsi per me deve essere lasciato indietro e messo da parte. La migliore società per me è la società dei migliori.

    In realtà io non volevo parlare di eventi, tempo e progetti. Parlavo soltanto di un qualche stratagemma che consentisse di discernere una generazione dalla successiva o precedente. E nelle mia idea il tempo non conta nè conta il progetto di vita personale. Il fulcro sono invero gli eventi che segnano il passaggio della società da uno stato ad un altro, che fanno cambiare i valori e le priorità, generando così una nuova generazione.
    L’adattabilità personale non può essere contemplata nel mio discorso perchè essa trascende i rigidi confini tra le generazioni. Io stesso, cresciuto in una fase altamente mutevole sotto il rpofilo della tecnologia e degli stili di vita, sento che la mia capacità di adattarmi è quasi esaurita: i nuovi adolescenti, a distanza di soli 15 anni da me, li sento distanti dal mio modo di vedere le cose ed il mondo; per questo solitamente li denigro e li ritengo generalmente stupidi e vuoti.

  3. pibond says:

    Kara, sei un tempista eccezionale ma osservo che sei poco abituato alla meditazione.
    Ho trovato la risposta al mio intervento, subito dopo aver aggiornato la pagina dedicata alla “Potenza” sul mio sito, sulla quale ho riportato il tuo scritto “Generation”.
    Intendevo comunicartelo, chiedendoti il consenso ed invece vedo innanzi a me una manifestazione di abissale dissenso. Comunque confermo questa richiesta.
    http://www.pibond.it/argomenti/eventi_di_ieri_visti_oggi/potenza.htm
    Dalla mia supposta tua tendenza ad essere un po’ classista con un sottofondo materialista, ti dichiari addirittura fortemente classista e materialista.
    A questo punto dovremmo essere ai ferri corti perché difficilmente i nostri caratteri potrebbero adattarsi al compromesso.
    A questo punto, occorrono spiegazioni perché ci potrebbero essere fraintendimenti.
    Perché parli di nuovi adolescenti che, a distanza di soli 15 anni, li senti distanti dal tuo modo di vedere le cose ed il mondo? Sono tutti gli adolescenti? E’ una specifica categorie o classe di adolescenti? Sono gli adolescenti che vedi per strada e che ti rompono le palle?
    Io ti propongo di meditare sul fatto che dietro ogni adolescente c’è un uomo come te, e diverso da tutti gli altri.
    Spiridione ti menziona come un Dante novello! Dante metteva tizio e caio all’inferno o in paradiso. Tu metti gli uni e gli altri qua o là, per classi di annata come i vini!
    Kara, fai come Colombo. Pensa di colonizzare Marte e portati dietro gli adolescenti che ti pare.
    Abbandona questo nostro mondo antico a ribollire nel proprio brodo.
    Gradirei un tuo parere sulla mia pagina dianzi indicata.

  4. karagounis78 says:

    Caro Pibond, hai sempre il mio benestare a pubblicare i miei interventi sul tuo sito. La cosa mi fa molto piacere.

    Tranquillo che non andremo ai ferri corti. Abbiamo idee diverse e penso sia positivo, almeno ci può essere dialogo costruttivo.

    Io applico gli insegnamenti ricevuti alla facoltà di ingegneria anche in altri campi. Così per far rientrare nelle mie amate “caselle” le persone io in primis trascuro e linearizzo (i due capisaldi dell’ingegneria moderna). Sicchè quando parlo di adolescenti ovviamente sono conscio che sto parlando di un gruppo eterogeneo (fra loro potrebbe esserci anche un nuovo me in fondo); ma siccome non posso dare un guidizio ad personam faccio di tutta l’erba un fascio e sparo su ciò che mi infastidisce.
    Ovviamente sono sempre i compartamenti che non condividiamo quelli che si fanno notare; così i ragazzini vuoti, che pensano solo al cellulare ed all’apparenza, che non hanno educazione e rispetto per l’autorità mi saltano all’attenzione più di quelli che invece rispettano i miei canoni comportamentali.

    Io a differenza di Dante giudico le persone non singolarmente, almeno come tendenza generale, ma per appartenenza ad una categoria. Non riesco concepire un mondo in cui le cose non siano categorizzabili con chiarezza.

  5. IlMendicante says:

    A uso e consumo di Pibond, credo sia giusto precisare che la mia opinione sul Kara-pensiero (o meglio sul Kara-karattere), dopo circa 28 anni di conoscenza, spiega la “brutalità” dei suoi giudizi.

    Il Kara è un romantico che vorrebbe essere un illuminista. Vorrebbe essere un computer, un robot – quello per lui è il pensiero perfetto, la meccanica ideale. E’ un fanatico della psicostoria aasimoviana, del sogno della prevedibilità e pianificazione non solo della vita ma della Storia.
    Il Kara ha, insomma, una paura fottuta dell’irrazionale, dell’imprevisto, del non classificabile. Non è nero o bianco – è a volte uno a volte l’altro, ma sicuramente odia l’idea del grigio. Il pensiero, il ragionamento scientifico lo fanno sentire sicuro – le emozioni e gli istinti lo affascinano ma lo spaventano.

    Facendo un esempio, ricordo una meravigliosa discussione sull’Amore, in cui l’ho costretto ad argomentare sotto pressione estrema la sua nozione del fatto che l’amore è uno, solo e per tutta la vita. Ne sono venute fuori cose interessanti.
    Ciò detto, è mia opinione che per quanto molto potente nella Forza (del pensiero), spesso e volentieri il nostro anfitrione cada vittima del Lato Oscuro (della Forza del pensiero) e si lanci in giudizi di valore, assoluti e assolutistici e di verve quasi leghista, a causa della sua Paura. Meglio un drastico giudizio che inquadri tutto in comode categorie che convivere colla consapevolezza che niente in questo mondo è prevedibile, meccanico e uguale al suo simile.

  6. IlMendicante says:

    Lasciando un commento molto rapido sull’argomento, vengo ora da una vacanza in Svezia dove ho conosciuto la famiglia di un amico i cui genitori, entrambi abbondantemente over 50, parlano un inglese perfetto (come il 90% degli svedesi), usano il computer per ogni genere di faccenda domestica, ordinano la spesa su internet, pagano i parcheggi e gli autobus con un sms, vedeno i film sul computer e via dicendo. Credo che un potenziale limite delle tue (affascinanti) peregrinazioni sociologiche sia dovuto al fatto che tendi ad astrarre la tua realtà contingente (diciamo ai massimi termini “italiana”) facendola diventare globale e assoluta, cosa pericolosa quando si vuola dare un giudizio storico. O circoscrivi i giudizi o espandi l’indagine, il fatto che resta è che prima o poi incorrerai in un problema di metodo.

  7. karagounis78 says:

    La Svezia è un grande paese, o almeno tale la ritengo da quel poco che ne so. Spero di approfondire la conoscenza anche grazie ai colleghi svedesi.

    Espandere l’indagine non mi è sempre possibile. Sai che spesso seguo l’idea del momento, l’intuizione. Se vogliamo ampliare il discorso, per far rientrare nelle teoria la tua breve esperienza svedese, possiamo aggiungere una variabile all’equazione rappresentata dal grado di “civilizzazione” del paese preso in considerazione. La Svezia è in molte cose più avanti di noi e per questo le differenze generazionali sono meno marcate.

  8. IlMendicante says:

    Occorrono sempre indagini molto approfondite.

    Per esempio, l’inglese: non è questione di essere “avanti”. Anzi, è conseguenza di una “arretratezza”. La Svezia ha circa 9 milioni di abitanti, molti meno nel secolo scorso. E’ un paese “piccolo”, in cui non è mai stato economicamente giustificato lo sforzo di tradurre libri e doppiare film e programmi televisivi.
    Gli svedesi sanno bene l’inglese perchè il dottor House lo vedono doppiato. Classico esempio di ricchezza culturale “incidentale”.

  9. karagounis78 says:

    Sai che sul doppiaggio la vediamo in maniere opposte, avendone parlato molte volte. Certo paesi piccoli che non hanno la possibilità devono adattarsi a vedere le cose in lingua originale od in versione comunque anglofona. Ma non ritengo sia completamente giusto privare le persone della possibilità di fruire un libro od un film nella loro lingua natia.

  10. anonimo says:

    Ho letto l’argomento e tutti i commenti. Poiché è mia convinzione che noi non siamo degli esseri attaccati alle rocce terrestri, così come “la carne non è ciccia attaccata alle ossa”, il grosso salto generazionale che stiamo vivendo in questi decenni, non è disgiunto dai repentini cambiamenti climatici del pianeta Terra, di cui facciamo parte integrante e sostanziale.
    Quindi, non prendiamoci tutto il merito o tutta la responsabilità, perché l’Ego del pianeta Terra è sicuramente più grande e più potente del senso di identità delle sue singole cellule umane.
    Ciao a tutti. Alfredo

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