L'altra notte ho sognato il Tao o almeno una delle sue manifestazioni.
 
Mi trovavo negli attimi precedenti una grave catastrofe: una specie di terremoto connesso ad una esplosione nucleare. La città in cui mi trovavo era deserta perché l'esercito aveva sgombrato la popolazione ammassandola in rifugi di fortuna preparati come meglio si poteva. Nell' aggirarmi per questi luoghi coglievo contemporaneamete l'affanno degli ultimi istanti per l'imminente cataclisma, la paura della gente e la consapevolezza dell'ineluttabile, dell'initulità di quei rifugi, nei quali la gente era peraltro legata ed imbavagliata per prevnire scene di panico.
E io fuggivo, all'inizio impaurito poi determinato a raggiungere una meta, un unico rifugio sicuro. Pochi istanti per trovarlo ma nella mia mente ne avevo un'immagine chiarissima, come se fossi sempre stato lì: un grande prato verde in cui sdraiarmi libero, senza costrizioni ad attendere che la marea passasse. E quell'idea mi riempiva di pace e sicurezza.
 
Al risveglio la metafora, la chiave di lettura, mi è sembrata subtio chiara.
Lo spazio erboso rappresentava il taoismo, il suo insegnamento, uno spazio che è pieno e vuoto al contempo, che protegge pur senza pareti, una struttura che non si può abbattere perché non c'è. Viceversa i rifugi, che sembravano grandi cattedrali o stazioni, sono le false convinzioni dietro cui ci nascondiamo, che tuttavia ci ingabbiano, ci bendano ed imbavagliano nel vano tentativo di proteggerci ma in realtà nascondendoci la verità.
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