Monthly Archives: August 2012

World War smartphone

Ragionando a freddo sulla sentenza che ha visto Apple trionfare su Samsung, devo dare atto all’accusa che i presupposti per un’azione di quel tipo erano fondati. Almeno riguardo il popolare e discordante punto del “trade dress”, l’aspetto caratterizzante di un prodotto. Amaramente, siccome sono tutto tranne che un fan di Apple, riconosco che Samsung ha avuto un’involuzione nello stile di design quando ha deciso di lanciarsi all’inseguimento dell’iPhone. Le immagini parlano chiaro:

http://www.scriptol.com/mobile/images/apple-samsung-timeline.jpg

http://allthingsd.com/files/2012/08/apple_samsung_designs.png

Fino al Galaxy S2 la somiglianza era davvero notevole. Sfido però chiunque a confondere un S3 con un iPhone, è come paragonare una Ferrari ad una Punto; l’iPhone S4 sembra pesante e vecchio, poco elegante. Samsung è sicuramente in grado quindi di produrre smartphone dal design originale tuttavia penso che le scelte iniziali fossero dettate anche da aspetti tecnici di cui non si è tenuto conto. Lo schermo occupa circa 80% della superficie ed è rettangolare; per contenere l’ingombro generale la forma da assumere è quella di un rettangolo meglio se smussato agli angoli. Io non credo che si possa coprire con brevetto quella forma, essendo comune a quasi tutti i telefoni. Nokia e Sony hanno forme leggermente differenti ma siamo su piccole variazioni sul tema rettangolo.

In più Apple ha chiesto un risarcimento in funzione anche delle mancate vendite che a loro dire non hanno effettuato. Per fortuna la giuria su questo punto non gli ha dato ragione. Apple infatti non propone una gamma ma un solo prodotto, il top di gamma. Non si può dimostrare che l’acquisto di telefoni di fascia media e bassa sarebbe stata dirottato su iPhone in presenza di un diverso design.

Sul fronte sistema operativo molti temono che Android, e quindi Google, soffriranno le conseguenze di questa sentenza. Io credo che un semplice cambio di design risolverà il problema alla radice. La Mela è invisa a molti utenti; è una questione di moda più che di scelta operativa. E le mode prima o poi finiscono. Apple cerca di proteggere non righe di codice o algoritmi, cosa lecita, ma idee generiche: arrivando al limite potrebbe richiedere il brevetto sull’uso del dito nel comando di un touchscreen, obbligando così gli altri a dotarsi di pennino. Sarebbe logico? No. La funzione non deve essere brevettata, altrimenti si blocca tutto il progresso degli anni futuri.

Metro interface

La prossima uscita di Windows 8 dotato della nuova interfaccia Metro (o Windows 8 interface secondo gli ultimi dettami) sarà la morte del desktop come lo conosciamo ora? Che fine farà il wallpaper, nascosto com’è da un muro di mattonelle colorate? Una tragedia! Niente più paesaggi da sogno o donnine discinte a farmi compagnia?

Eppure sono molto curioso di vedere il nuovo prodotto Microsoft. Già l’applicazione Windows Mobile 7.5, dotato della stessa interfaccia, mi piace moltissimo. Dovessi prendere uno smartphone od un tablet sarei molto orientato verso i Windows phone, stile Nokia Lumia, piuttosto che un sistema Android; potere dell’aspetto grafico, che su di me ha sempre grande presa. E proprio per il tablet sarà meglio attendere l’uscita di Surface, sempre di Microsoft, prima di investire in un Galaxy Tab o nel Google Nexus 7.

The new web era

Secondo me la grande rivoluzione nell’uso di Internet non è tanto il decantato Web 2.0, che è di per sé di fumosa definizione, dai contorni sfumati ed alquanto ingannevole, quanto il cambiamento di hardware con cui si sfrutta il servizio. La tecnologia degli ultimi anni ha fatto quel salto che ha finalmente permesso di dividere il mercato in più fasce a seconda del modello di utilizzo che ogni utente necessita.

All’inizio esisteva il computer desk, poi venne il notebook seguito dai i suoi fratelli netbook; alla fine arrivò l’invasione di tablet e smartphone, peggio degli Unni. E così colossi come la Hp e la Dell vedono ridursi i margini e rischiano di chiudere stabilimenti e licenziare personale. È evidente che non hanno saputo adeguarsi o cavalcare il cambiamento. Penso che, al di là della moda passeggera, per la maggioranza degli utenti un tablet sia più che sufficiente per navigare su internet e gingillarsi con qualche programma di svago. L’uso del desk o del notebook sarà riservato a chi lavora e quindi necessita di determinate prestazioni ed accessori; io per esempio sarei morto senza il mio schermo gigante da 24 pollici widescreen.

Questa divisione nella fruizione del mezzo internet si riflette ovviamente in una divisione nella conoscenza del pc e dei suoi programmi. La filosofia del tablet, specie quella Apple, è di fornire un supporto funzionale che chiunque sappia usare con un po’ di pratica; non è richiesta conoscenza pregressa. Se c’è un problema…ops, chiama l’assistenza. L’utente brainless è la stragrande maggioranza. È come l’automobile: io non ci capisco molto e quindi mi affido al meccanico. Per il pc invece preferisco fare da solo, essendo ormai abituato, e divertendomi, a risolvere le piccole magagne che a ripetizione i sistemi operativi e gli hardware mi mettono davanti.

Il futuro sarà questo: un entry level fatto di dispositivi portatili di facile utilizzo e molto versatili, poi ci sarà chi farà il salto, dal tablet al notebook, volendo approfondire la propria conoscenza e l’esperienza di navigazione. Il desk e la workstation saranno relegate al solo ambito ufficio, visto che un notebook con un monitor esterno, per l’ambito casalingo, ha le stesse performance. Ed a seconda del dispositivo i contenuti a cui si accederà (non fisicamente perché i siti sono bene o male visibili a tutti) saranno differenti, con non poche ripercussioni sull’acculturamento della persona. Non ho certezze in merito, ma penso infatti che navigare con un tablet non invogli alla ricerca di contenuti particolari, ci si limita a guardare la superficie dell’immenso mare.

Human rights are down

La strenua difesa di un diritto sta portando la nostra società a delle estremizzazioni assurde. Leggo con sconcerto (magari soltanto mio per via della mia scarsa empatia) questo articolo de Il Corriere: Un test prenatale per la sindrome di Down viola i diritti umani?

Ha lasciarmi perplesso, sgomento dovrei dire, è l’opinione di tal Hueppe, delegato alla tutela dei disabili del Bundesregierung: “Le persone affette dalla sindrome di Down vengono così discriminate nel loro diritto alla vita”. Si entra in un campo minatissimo, cosa deve intendersi per vita e quando un feto consegue i medesimi diritti dei suoi simili già nati. Per legge la dodicesima settimana è il punto di non ritorno per cui scoprire entro quella data la Sindrome di Down è un’ottima notizia; l’amniocentesi che si effettua alla sedicesima prepara solo il genitore alle difficoltà che incontrerà con un bambino disabile.
Per quanto mi riguarda dovrebbe essere prerogativa del genere umano non mettere al mondo figli con disabilità, quando è possibile scoprirlo per tempo; sarebbe un bene per in primis per il bambino e poi anche per i genitori. Invece qui si teorizza proprio il contrario, ossia che i Down siano una condizione “normale” e dunque da accettare come tale, annessi e connessi. Io appoggio la non discriminazione fin dall’infanzia da proseguire poi nell’ambito lavorativo e della vita adulta, ma dire che un Down è discriminato ancor prima di nascere è un’insana estremizzazione. La scelta deve spettare unicamente al genitore non ad un’etica superiore di cui lo Stato sia garante; alla fine saranno mamma e papà a doversi sorbire tutte le fatiche non le associazioni che ora si battono per un assurdo diritto. Se in fede una persona non se la sentisse (e io sono il primo a dirmi tale) è giusto che decida per l’aborto.

Sinceramente non capisco da dove venga tutta la paura per queste blande forme di eugenetica. Stiamo parlando di avere un figlio sano, non di volerlo con gli occhi blu e i capelli biondi. Giocare a fare Dio ci spaventa ancora troppo, o forse è un retaggio dovuto a passati esperimenti in tal senso. Io spero che il test venga introdotto anche in Italia, dove la Chiesa darà ovviamente battaglia, e che queste assurde polemiche si spengano come un fuoco di paglia.

Arrivederci a Rio

Un’altra Olimpiade è finita. Londra 2012 non mi ha lasciato particolarmente soddisfatto, vuoi a causa della scarsa copertura televisiva che la RAI ha dato all’evento, vuoi perché si è trattata di un’Olimpiade di passaggio tra campioni affermati e nuovi fenomeni emergenti. Vedere i beniamini che hanno fatto faville nelle edizioni precedenti uscire sconfitti, anche in malo modo, mi ha lasciato scontento; tanto più che non conoscendo i neo campioni mi era difficile tifare per loro. Si sono fatti conoscere per la prossima volta.

Mi è spiaciuto molto che gli ultimi giorni siano stati turbati dal caso Schwazer e dalle affermazioni di Bepper Grillo. Ha detto bene la Idem: Grillo è una patacca che attacca solo per farsi notare. Ovviamente rispetto il fatto che le Olimpiadi possano non piacere per svariati motivi, per lo spreco di risorse economiche ed ecologiche per esempio, ma non si può attaccare il loro valore sociale e storico-politico. Le Olimpiadi sono l’espressione e lo specchio di una società e della sua crescita. Paradossalmente sono proprio gli sport minori l’indice di tutto ciò, perché solo un paese ricco, socialmente evoluto può dare la possibilità ad un suo cittadino di spendere tempo nella pratica del tiro a volo, del judo, del badmington, della scherma. Inoltre la maggioranza di questi sport richiede uno sforzo economico iniziale non indifferente per la famiglia dell’atleta; non è come il calcio dove basta un prato ed un pallone. Ecco perché vedere paesi mediorientali o africani praticare certe discipline e vincere è un evento a suo modo storico.

C’è poi da considerare che per ogni atleta l’Olimpiade è il sogno della vita, il top di una carriera fatta spesso solo di sacrifici. Ognuno gareggia in primis per sé stesso, per cercare il primato, in seconda battuta rappresenta la propria nazione e tutto il movimento che l’ha portato fino in pedana od in pista. Ed ogni vittoria sarà d’ispirazione per le future generazioni d’atleti. Tante conquiste sociali hanno avuto come concausa un evento sportivo. Grillo dovrebbe imparare questa lezione e, tuttalpiù, usarla a suo favore. Evidentemente ha imparato da altri maestri, per i quali lo strepitare e l’attaccare tutto e tutti è l’unico mezzo per vincere.

Ecco l’Estate

Questa è stata proprio una giornata estiva quasi perfetta.

Sveglia in tarda mattinata, qualche pulizia per mantenere bello il focolare domestico, cucinare gli gnocchi per ed insieme alla propria mogliettina, mangiare con gusto i suddetti gnocchi, giro in bici da record. Tutto in assoluto relax, senza fretta, godendosi il clima caldo. Una giornata così non ha prezzo, per tutto il resto c’è la spiaggia.

A proposito del giro in bici, tanto per smentire praticamente il post precedente, oggi sono proprio soddisfatto: 79 km, record personale, con la scalata all’Alpe Noveis, 10 km di salita per 700 metri di dislivello. È stata dura ma ce l’ho fatta; clima ideale con tanto sole e caldo, timing perfetto con partenza dopo un buon pranzo, velocità giusta senza strafare, in assoluto controllo, mai sopra al 80% delle proprie possibilità.

Il ritorno però è stato altrettanto faticoso, forse di più. Arrivato oltre i sessanta chilometri la strada diventa solo quel metro di riga bianca che si intravede sotto al casco. Non posso più alzare la testa puntando alla prossima curva: meglio non far sapere alle gambe se stanno per incontrare un altra salita. Si pensa solo a pedalare, come su una ciclette, ed in quei momenti la mente diventa sgombra, affiorano pensieri chiari e netti, difficili però da ricordare una volta a casa.

Quanto mi piace l’estate.

Pressione sociale

Continuo a chiedermelo: perché vado in bicicletta? Non sono amante della fatica, non ho velleità di andare ogni volta più veloce, non sono fanatico del mezzo (è già tanto se lo lavo). Pur con tutte queste limitazioni continuo ad andarci e tutto sommato mi piace, mi sento rinfrancato dopo un bel giro.

Mi sono dato due spiegazioni: la pressione sociale e le endorfine.
La prima mi porta ad alzarmi dal divano ed a mettermi in sella. L’attività aerobica fa bene alla linea ed un po’ di competizione verso amici che vanno in bici mi brucia dentro.
Le endorfine invece danno quella sensazione di appagamento dopo la fatica, tanto che subito dopo la sgambettata si pensa già alla prossima volta. Peccato sia un effetto di breve durata. La pigrizia è ancora il mio stato naturale: non sarò mai schiavo di questa attività fisica, non finchè il mio unico obbiettivo è ritornare a casa dopo aver raggiunto la meta prefissata.